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Reviews from Jamendo – SULA VENTREBIANCO
Last Updated on venerdì, 27 agosto 2010 08:04
Written by Rock e i suoi fratelli - staff
mercoledì, 21 luglio 2010 03:52

A cura di Vil Trio

Cosa? è il titolo del primo album dei Sula Ventrebianco.
Il gruppo è un quintetto nel quale oltre ai classici basso-chitarre-batteria si aggiunge un violino.

Il nome, come si legge nella loro bio, prende spunto da “un uccello goffo, orrendo, ansioso e grottesco, con la pancia talmente grossa da rendere la camminata altamente improbabile e ridicola”.

Tuttavia la loro musica risulta piuttosto distante da entrambi gli aggettivi.
Il gruppo infatti suona un misto di stoner-rock, psichedelia e spunti melodici, condito di tanto in tanto dall’uso del dialetto.
L’esperimento, lungo tutto il disco, si rivela riuscito, scadendo solo raramente nell’autoindulgenza o nella verbosità.

Si parte forti e marziali con la title-track. “Accordi secchi e tesi segnalano il nostro ingresso” [direbbero quelli] nel mondo dei Sula Ventrebianco. E proprio in questa traccia vengono introdotti molti degli elementi caratteristici della band: voce che ricorda un po’ il Cristiano Godano più infastidito (quello del Vile, per intenderci), e chitarre con distorsione piena che suonano riff corposi, discorrendo con una sezione ritmica precisa e presente, con un effetto complessivo che richiama più i Kyuss che i Queens of the Stone age.
La seconda Vis Roboris, ritmata ed asfissiante, viene introdotta da una bella figura di batteria, e cammina pian piano verso esplosioni sonore improvvise, inframezzate da momenti più melodici nei quali il violino (una volta tanto non scontato, chi ha detto Giusto Pio?) si inserisce perfettamente in un break che ricorda i migliori di quel grunge melodico che tante volte ci ha fatto scatenare. La coda è affidata ad un combattivo scambio ai limiti del metal (quello più monolitico, in ogni caso).
Nella successiva Gli spari delle parole, uno dei piatti forti del lotto, una breve introduzione di flauto prepara l’arrivo di un riuscito riff avvolgente. Sulla strofa scarnissima e dilatata il cantante sfoggia un’ottima prova: declamando (in parte) in dialetto, appare meno contratto e più comunicativo di altre volte, e ci conduce bene al ritornello “popolare”. Tre minuti intensi, cupi e viscerali.
La ricerca dell’equilibrio tra melodia e clangori prosegue (pendendo dalla parte della prima, stavolta) ne L’ultimo lento, nella quale forse il momento più riuscito è la bella apertura melodica del break dove un cambio di tonalità e improvvisi stop-and-go accompagnano la lunga e difficile processione del brano, che sfocia alla fine in un vortice nel quale incredibilmente trovano spazio frammenti “battistiani” (nella voce così atonale e distaccata) e allo stesso tempo corposi riff che sarebbero forse piaciuti a Billy Corgan quando aveva i capelli lunghi.
Ti vesto di me è un bell’esempio di rock italiano degli ultimi anni, costruito tutto su cambi di ritmo vertiginosi, così come Si salvi chi può dimostra che la lezione del post-grunge è stata assimilata ed è presentabile in due intensissimi minuti (che probabilmente dal vivo diventano di fuoco).
Mephisto, tiratissima, è probabilmente uno dei momenti più risuciti dell’opera. Qui il gruppo infatti trova l’equilibrio perfetto per un bell’episodio di stoner, quasi sabbathiano in certi vertiginosi ed “esoterici” break con le chitarre che danno spettacolo.
La successiva Fix è invece un intermezzo più pacato, dove chitarre spagnoleggianti accompagnano un testo dialettale in una ballata scarna e disillusa.
Il trittico finale inizia con Il cimitero degli elefanti, che è una specie di tributo ai Soundgarden più ermetici (fin dal titolo, quasi), farcito di intermezzi metallici e break più “popolari” ben congeniati, anche se forse un po’ troppo autoindulgenti.
Occhi nei cuori è invece una cavalcata arrabbiatissima, contratta, eterogenea nei riff e nelle atmosfere, che alla fine risulterà forse una summa delle abilità del gruppo. Il cantante qui si esercita nella sua prova migliore: in inglese, viene circondato da una sezione ritmica perfetta e da chitarre che ci illustrano quanto di buono è stato prodotto da grunge e derivati negli ultimi 25 anni, riesce ad emergere senza protagonismi, in un flusso sonoro variegato ma compatto.
Il disco si chiude con Contorni e muri. Sommessa, cupa nelle parti iniziali, con il basso protagonista riuscito, sfocia in una bella digressione chitarristica alla fine, che suona un po’ come i titoli di coda dell’opera tutta.

In una parola, i Sula Ventrebianco sono un gruppo di sostanza, che in “Cosa?” rielabora i concetti del post-grunge, inserendo elementi originali e gradevoli, sfornando un album da ascoltare con attenzione e curiosità.


3 commenti
  1. CommentsSubcava Sonora   |  martedì, 03 agosto 2010 at 17:50

    Grazie per la profonda e sentita recensione: un attenzione così viene riservata raramente, ed è giusto segnalarlo

  2. CommentsLuca   |  giovedì, 12 agosto 2010 at 20:34

    Gruppo grandioso!

  3. CommentsRock e i suoi fratelli   |  sabato, 12 febbraio 2011 at 17:01

    [...] delle opere dei propri artisti. Da queste parti avevamo già avuto modo di esprimere il nostro apprezzamento per i Sula Ventrebianco.Stavolta abbiamo i Borderline, che mettono a disposizione su Jamendo un EP [...]


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