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30/10
‘U Papadia, cuore e Salento
Last Updated on lunedì, 13 settembre 2010 08:12
Written by fabio piccolino
lunedì, 30 agosto 2010 05:25

Accade a volte di ascoltare un disco ed avere voglia di farlo ricominciare dopo poco che si è concluso.
Di riascoltarlo nei giorni successivi, con distrazione o con attenzione, e di mantenerlo sempre come costante punto di riferimento musicale di quei giorni.
Poi succede che qualche melodia rimane in testa e la si canticchia a mezza bocca, ricordando solo alcune delle parole.
Fino a quando si è perfettamente consapevoli di essere di fronte ad un disco bello per davvero, e ad un artista di grande peso.

Signori ecco qualcuno di cui è importante non perdere le tracce.
U’ Papadia, e il suo ultimo album, “La Peronospera”.
Canzoni che scavano dentro e si fanno  sentire sulla pelle, che colpiscono per la bellezza degli arrangiamenti, per l’intensità delle parole, la precisione delle melodie.
Un disco che contiene tutti i colori della word music, del rock e della musica popolare, e li unisce ad una voce sincera e  sanguigna.
Acuto nei ritratti che dipinge, spesso amaro e rabbioso, ma liberatorio come una corsa a perdifiato,  Umberto Papadia lancia un messaggio universale almeno quanto la sua musica, difficile da catalogare per l’ eterogeneità dei contenuti.
Fino a pensare che l’uso del dialetto salentino non rappresenta un limite, ma un mezzo necessario per il messaggio veicolato attraverso la musica ( tutti i testi hanno comunque traduzione a fronte nel booklet del cd).

Undici i brani in scaletta, da ascoltare di fila, perchè costituiscono quasi un concept album.
Undici storie “di chi è stato sradicato bambino dalla propria terra”, come si legge dalle note di copertina.
Perchè U’ Papadia è stato anche questo: un bimbo che si ritrova in Germania, perchè figlio di chi è andato a cercare fortuna lontano da casa.
Il ritmo travolgente di Ca me tira ‘nfunnu ad aprire le danze, e la title track La Peronospera è già un brano memorabile; la dolcezza malinconica di Eisha agita il cuore, così come quella, ancor più poetica di Fiuru de chiazza.
Travolgenti i ritmi di De la capu nfatisce lu pisce, dedicata all’eterno problema della “siccarizza”, la siccità,  dell’irruenta  Mannaggia Santu Nuddu, o di Vunci la rota,
Menzione speciale per Kaiba Cingali, dal tamburello onnipresente, scritta in tedesco/salentino, la lingua maccheronica degli immigrati in Germania, che descrive  la vita durissima degli emigranti, attraverso suoni ed istantanee,  con una lucida ed empatica efficacia.

Un album pieno di storie e di significati. Un disco che sa di terra e di vita.

La Peronospera ha il sapore di:

Il sale sulle labbra



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