Albanopumpkins – Un mega tributo agli Smashing Pumpkins

A cura di Vil Trio

(Per la recensione al disco originale, clicca qui)

Sono passati da poco 15 anni da quando il monumentale doppio “Mellon Collie and the Infinite Sadness” degli Smashing Pumpkins dava una bella svolta alla musica di metà anni ‘90.
Gli Albanopower hanno pensato di curare una versione cover del disco, raccogliendo i contributi di oltre 50 musicisti. L’idea è spettacolare, quasi commovente. I risultati (come accadde già nell’originale) sono alterni. Ma ventotto canzoni non sono una sfida facile. Il consiglio è di scaricarlo da qui, ascoltarlo e cercare di non rimanere troppo traumatizzati.

Proviamo semplicemente ad analizzare le canzoni in sequenza:

Disc 1 – Dawn to Dusk

Si parte pianino con la title-track, che qui è sostanzialmente priva di significato.
Tonight Tonight aveva, nell’originale, violini strappacuore ed atmosfera epica, con parole piazzate al punto giusto. Qui viene smontata e ricostruita troppo lenta e sintetica. Sembra un b-side dei Sigur Ros.
In Jellybelly è carina l’idea di trasformare un incubo sonoro in una cadenzata ballad per fiati e cori appena appena sinistri. Siamo lontanissimi dall’originale, ma non mi dispiace.
Per Zero vale il “come fai sbagli”. Difficile trasformare uno degli inni degli anni ’90 in qualcosa di almeno sensato. La versione corrente è un labirinto elettronico (dalle tinte quasi noise ogni tanto) con la voce un po’ svogliata. Mi piace molto l’atmosfera da brivido del ritornello finale. Poteva andare peggio.
Here is no why è una di quelle canzoni che iniziano in maniera epica. Viene risuonata in maniera chiassosa e serena, con riff ben congegnati e discreta rielaborazione del cantato. Una bella fanfara.
Bullet with butterfly wings è bellissima. Rielaborata con uno scarno arrangiamento per chitarra (una corda, per gradire) e call-and-response tra voce maschile e femminile. Ritornello epico (con battito di mani incorporato).
Nella versione originale di To Forgive l’atmosfera era già molto intima. Qui lo con lo xilofono l’atmosfera è ancora più confortevole. Gradevole il tappeto sonoro sotto ai ritornelli che supporta la voce (calibrata sul pezzo, anche se sicuramente più adatta a pezzi di 10 anni dopo).
Fuck You (An ode to no one) viene invece rielaborata in maniera elettronica con ritmica incalzante, ottime linee di basso e inserti elettronici. Non male anche la prova del cantante.
Di Love abbiamo una versione circa synth-pop (forse l’unica possibile) per voce femminile ammiccante. L’idea e le strofe sono buone. Ritornello poco penetrante. Si salvano gli inserti 8bit e il finale un po’ a sorpresa.
La successiva Cupid de Locke è in versione elettronica, con voce maschile sussurata. Poco efficace, ma già l’originale era scialba.
L’originale versione della successiva Galapogos è una lunga preparazione al finale. Qui l’idea è simile, con discreti armeggiamenti acustici e voce confidenziale. Il problema è che non esplode mai, anzi se possibile ci si addormenta ancora di più verso la fine.
Muzzle era probabilmente uno dei brani migliori dell’originale. Viene qui riproposta in maniera intimista con doppia voce, arpeggi di sottofondo, archi e synth. Siamo lontanissimi dalle atmosfere epiche della prima versione. Ne viene fuori una ballad melensa ma non priva di grazia (specie nel bridge).
Per Porcelina of the vast oceans vale un discorso già fatto: c’è poco da reinventare per canzoni del genere. In questa versione il brano inizia con un sibilo sopra atmosfere sinistre: siamo in territori quasi EBM. Prosegue così, sfiorando addirittura sonorità ambient, fino all’arrivo della voce, che sembra provenire da un altro universo, tanti sono i filtri e gli effetti. È tutta un’altra canzone, molto gradevole.
Chiude il disco Take me down, molto insipida nel disco originale. Nella versione corrente abbiamo due minuti di atmosfere intime create dai synth più o meno evitabili.

Secondo me, il punto di forza del disco 1 di MCIS originale era l’epicità delle atmosfere, delle distorsioni, delle parole messe al punto giusto. Questo insieme di cover è eterogeneo. In generale si prediligono le atmosfere più intime (costruite spesso tramite l’elettronica, qualche volta con gli strumenti acustici). Il risultato è a volte molto riuscito (Bullet with butterfly wings), a volte da dimenticare (Tonight tonight).

Disco 2 – Twilight to Starlight

Si parte con Where Boys fear to thread: l’originale era un terremoto di riff singhiozzanti. La versione corrente è una rarefattissima nenia per voce acuta ed elettronica povera. Esperimento straniante ma abbastanza riuscito.
Segue Bodies, il mio brano preferito dell’originale. Bello il tappeto sonoro fatto di arpeggi, effetti “cosmici” e ritmica incalzante. Meno riuscita la voce, specie nel ritornello “epico” che era uno dei punti di forza del brano: troppo soft, dove certi testi richiederebbero invece pura aggressività.
In Thirthy-three, rispetto all’originale, si sceglie una ritmica più da ballata (quasi da hand-clapping) ed effetti vocali semplici ma efficaci (specie l’eco tipo “hall”). Sufficiente.
In the arms of sleep è invece trasformata in una ballad piano, paccottiglia indie (tipo ukulele) e voce bassissima (un Nick Cave con la raucedine?). Il risultato è splendido, scarno, disilluso. Una delle rielaborazioni più riuscite.
Per 1979 invece si è optato per una versione non troppo lontana dall’originale. Troppo corale nei ritornelli, discreta nelle strofe.
In Tales of a scorched earth riaffiora il synth-pop più puro. Cassa e bassi elettronici, voci filtratissime, hand-clapping campionato. Potrebbe essere un bel b-side dei Depeche Mode. Estremamente gradevole.
Nell’originale Thru the Eyes of Ruby era una delle perle indiscusse, anche qui l’esperimento risulta riuscito. Si parte con una bella intro di folk sornione, e si prosegue con un sereno esercizio acustico-elettronico, dal largo respiro e dalle atmosfere ottimiste. Bella anche la breve digressione in atmosfere più terrificanti.
Ascoltando Stumbleine per prima cosa bisogna rinunciare a chiedersi perché una delle canzoni più scarne, intime e sentite dell’originale sia stata trasformata in un ovattato minestrone synth-pop. Qualche trovata gradevole, ma troppa sovrapposizione di voci, effetti, campionamenti.
X.Y.U. invece già nell’originale non si riusciva ad inquadrare granché. Qui un sottofondo di cori sinistri, schitarrate (o smandolinate) e qualcosa che assomiglia a dei fiati (ma potrebbero essere viole) si accompagna ad una voce del tutto sconnessa. Forse l’hanno registrata dopo aver letto la voce di wikipedia sul Pop Group.
We only come out at night
è risuonata in maniera molto simile all’originale, senza rinunciare a qualche gradevole riscrittura, specie nei bridge. Semplice e alla fine non male.
Per Beautiful l’originale era un po’ insipida. Qui abbiamo un discreto esercizio di elettronica (con atmosfere riconducibili a quelle dei blur più sognanti), con alcune riuscite digressioni melodiche.
La versione corrente della successiva Lily (My One and only) è una bella ballad per chitarra, voce filtratissima ed effetti sparsi. Troppo invadente l’elettronica.
L’originale versione di By Starlight era costruita su un incedere epico e sulla solarità delle aperture. Qui abbiamo degli arpeggi di synth, una voce che si muove nei territori di Jonsi e Thom Yorke e delle discrete figure di piano che si perdono un po’ tra i flutti degli effetti. Inconcludente, ma non sgradevole.
Si chiude con Farewell and Goodnight: l’originale era piazzato lì per pareggiare i conti. Qui un coro maschile (quasi da stadio) si barcamena tra gli stranianti andirivieni degli accordi. Da un momento all’altro mi aspetto di veder esplodere una furia punk, invece deflagrano dilatate le distorsioni delle chitarre, e viene fuori una specie di versione per comitive dei Jesus and Mary Chain. Inconcepibile, ma memorabile.

Il disco 2 originale era di suo abbastanza problematico, pieno di brani francamente evitabili. I punti di forza per i brani più arrabbiati stavano nei riff compressi e nelle atmosfere più oscure, mentre le ballad erano scarne e sentite. Qui (come nel CD 1) non c’è un unico filo conduttore. I brani più spendibili potrebbero essere le rielaborazioni in chiave synth-pop (Tales of a scorched earth). Quelli da conservare sono invece degli esperimenti ambiziosi nel concetto, ma non troppo carichi nelle sonorità (come In the arms of sleep e, sorprendentemente, Farewell and goodnight).