Freeze Frames, le visioni inquiete degli Stoop

Ecco una bella scoperta inaspettata.
Succede che un giorno  arriva un disco, lo si mette su, e qualcosa si muove.
Loro sono gli Stoop, e il disco di cui parliamo, si intitola “Freeze Frames“.
Una bella scoperta, ma perchè?
Innanzitutto perchè dentro c’è qualcosa di profondo e di terribilmente affascinante: la voglia, inappuntabile, di scavalcare gli schemi sonori tradizionali, cavalcandoli.

Una miriade di tendenze, di sonorità, di generi e di attitudini che spaziano dal post punk al rock più puro, dalla psichedelia al pop e al post-rock.
Non un patchwork ma un lavoro complesso, composto oltretutto da gran belle canzoni, che graffiano e carezzano, che ammaliano e seducono.
“Freeze Frames” è quello che vorremmo sempre sentire da una band: suoni puliti e tanta qualità, al servizio di un disco che si fa ascoltare con suggestione e trasporto emotivo.

Atmosfere malinconiche (10000 bugs o Machine) e rarefatte (Remote) si affiancano a cavalcate sonore cupe e intensissime (Migrations) e incalzanti (Fever is a ghost), o a brani “rumorosi” dal fascino autentico e indiscutibile (Our modern assault)
E se Freeze frames è forse il brano che rappresenta di più l’approccio sonoro adottato dalla band per questo disco (evidentemente, non è un caso che sia stata scelta come title track), nella conclusiva We carry the fire il cerchio si chiude inevitabilmente: il suo finale avvincente è la coda dell’intera opera.
Sembra davvero un bel momento per gli Stoop, e Freeze Frames ne è la fotografia nitida.
Avanti così, la strada è aperta.

Freeze Frames ha il sapore di:

Vento fresco su facce sudate