I Cani: testimone del delitto sociale italiano

A cura di Maicol Viale

I Cani, che in realtà è un “cane” solo di Roma, conosce tutto di noi, pregi e difetti senza mai giudicare nessuno. O forse il primo a essere giudicato è proprio sé stesso.
Dentro “Il sorprendente album d’esordio dei Cani” non manca niente: pieno zeppo di personaggi e immagini che siamo soliti a vedere giorno e notte ma tramutati in elettro-pop giovanilistico e forzatamente Romacentrico.

La realtà cantata è la stessa fredda fotografia sociale usata dal cinema di Rossellini: non è rabbia tantomeno apatia, solamente “partecipazione distaccata” e sincera.
L’album distrugge un luogo comune dietro l’altro, merito di ciniche frecciate decorate d’ironia. Un insolito sense of humour che disorienta al primo ascolto.

L’artista romano possiede una visione acuta e precisa che toglie all’ascoltatore, canzone dopo canzone, le bende dagli occhi rendendone la vista molto più chiara. I Cani riesce “rilevare e rivelare” immagini in maniera autentica: “..Falsi Nerd con occhiali da Nerd, radical chic senza radical, nichilisti col cocktail in mano sognano di essere famosi come Vasco Brondi”.
Nel momento in cui il sorriso arriva sulle labbra, ecco che uno schiaffo ti rigetta nella realtà “Ed io, che sto a guardare e rido, di che rido? Io che di nascosto vivo, io non vivo che nascosto, ed ho un po’ più di anni ma non so che cosa invidio”.

Tra i meriti principali di questo modo di scrivere, c’è l’elevatissima contemporaneità dei testi, freschi e intelligenti senza alcun tipo di solfa cantautoriale.
Le canzoni raccolgono oggetti, marche, personaggi televisivi e non, tic quotidiani a ritmo incalzante e senza freni. Hic et nunc che non ammette proroghe.

Da vero neorealista, le sue opere rappresentano con precisione le scene di chi vede la verità dal basso. La mitragliata di parole non basterebbe a soddisfare i più esigenti, per questo il ritaglio sonoro risulta altrettanto di rottura: il disco trova un suono distintivo e peculiare, caratterizzato da frenetico punk imbevuto nel synth-pop degli ’80, che almeno spazza via l’ingenuità da chitarra elettrica.

Theme from the Cameretta permette ai Cani di aprire le porte di casa, invitando l’ascoltatore a mettersi a proprio agio; Hipsteria dà ufficialmente il via allo scorrere di cartoline che immortalano tutta Roma in limpidi scatti; Door Selection e Velleità seguono a ritmo incontrollato. Velleità, primo singolo estratto, in particolar modo colpisce per lucidità: fuoco devastante messo in salsa pop (come il Tabasco).
Tutte le canzoni non mancano di contenuto, suoni e orecchiabilità. Le Coppie e Pranzo di Santo Stefano svelano un aspetto del Cane più intimo, ma non meno malinconico; I Pariolini Di Diciott’anni fu il primo brano a sbarcare sulla rete e Perdona e Dimentica denuncia tutto ciò di più orribile. Santoro compreso.
Wes Anderson rappresenta con precisione lo “spirito cagnesco”, indicando come esempio la commedia che vela continuamente uno sfondo angoscioso, tipica del regista statunitense.

Dato che i testi sembrano scritti da un caro amico e le canzoni sono abbastanza fresche da scampare ad una calda estate, ci si trova a divorare l’album decine di volte, senza capire se realmente è piaciuto o meno.
Proprio come accade per i film di Wes Anderson.

Il sorprendente album d’esordio dei Cani” ha il sapore di:

Mojito avvelenato durante l’happy hour domenicale.