Un giro del mondo in ottanta giorni: Honeybird & the Birdies

A cura di Blaze

Ecco a voi gli Honeybirds, una piccola perla da recensire e conoscere insieme a voi.
La loro nuova fatica sonora, il loro nuovo disco realizzato in studio di registrazione, possiede un nome dissetante e pieno di sapori: “Mixing Berries“.
Prima di ogni altra considerazione vorrei dire che io non credo di avere mai ascoltato una musica “globale” come questa. Qualche anno fa ero a Roma, presente a un festival di musica e arte varia, e incappai in una performance live surreale di una band surreale a sua volta, fatta di linguaggi sonori molteplici e trasversali, follia artistica e... fiori.
Già, perché questa band dal sapore hippie e geniale, aveva adornato lo stage del concerto in maniera floreale, ad uso e consumo dei fortunati presenti in sala.

Ascoltando le tracce di “Mixing Berries”, sono rimasto basito. Mi sono ritrovato davanti a un melting pot totale, nel vero senso del termine.
La vocalist dei Birdies è poliglotta e canta in ben sei (sic!) diverse lingue: Inglese, francese, spagnolo, portoghese, svedese, e, non da ultimo, in italiano. Non esistono confini, non si corre il rischio di incappare in un eccesso di banalità ascoltandoli, poco ma sicuro.
La cosa veramente curiosa e interessante è che gli Honeybirdies quasi sempre, in base alla lingua che adottano, confluiscono e si immedesimano in un determinato linguaggio musicale o una collocata atmosfera sonora. Musica e testo coincidono in maniera sinergica e unica. È come se volessero introdurre chi ascolta in determinati luoghi e atmosfere ogni volta differenti: uno schizofrenico giro del mondo in ottanta giorni sonoro: da Parigi a Stoccolma, da Manchester a New York, da Copacabana a Roma.

Ma scendiamo nel dettaglio.
Esplorando l’ascolto e intrufolandosi tra le varie tracce di Mixing berries, sono degne di nota la parigina La bete mouffette, la surreale Usain Bolt (cantata in svedese, tanto per capirci), il suono morbido di Peqeninho frango e Sexy tour guide, con un funky elettrico dal sapore newyorkese.
Le tracce proseguono con Guatemala feliz, Those who never made it back home fino a Dolores inside.

Finite le tappe di questo trip a sette note, ho tempo di riposare e di riflettere di quanto le mie orecchie hanno appena udito. Le vibrazioni che mi sono arrivate sono quelle di due donne e un uomo pronti e regalare creatività a chi ascolta, in un gioioso happening artistico, un live prorompente e, cosa da non sottovalutare, tanta professionalità.
I Birdies infatti hanno inciso il loro ultimo disco uno studio di registrazione di ottimo livello, il Groovefarm, e il suono che ne esce
fuori è un misto tra sonorità acustiche, percussive, quasi gospel, dove gli incastri di voci si rincorrono in suoni musicali e onomatopeici. Una menzione particolare va inoltre fatta alla label che ha creduto in loro, la Duckhead green music.

I complimenti sono quantomeno dovuti, il talento pure, ma soprattutto ci tengo ad evidenziare l’ aspetto solare della loro musica, che sprizza da tutti i pori. Signore e signori, pubblico di rock e i suoi fratelli, accorrete pure, i ragazzi meritano.

Mixing Berries” ha il sapore di:

Un gelato al limone a Tokio