Last Updated on Thursday, 12 August 2010 12:39
Written by fabio piccolino
Saturday, May 8th, 2010
Se c’è una cosa di cui di certo non si possono accusare gli Aphorisma, è la scarsa prolificità e ispirazione.
Non è passato molto tempo, a ben vedere, da quel Ritorno al Porno che ha inequivocabilmente segnato una nuova fase nella più che quindicennale storia del trio romano.
Una premessa obbligatoria, se consideriamo che dopo l’ascolto di PH, l’impressione che se ne ricava è quello di un album compatto, costruito con sapienza ed esperienza, che ad ogni pezzo stupisce e colpisce ( nel senso più fisico del termine) e gratifica gli amanti di un suono graffiante ed essenziale nella sua impetuosità.
PH prosegue sulla strada tracciata dall’album precedente, quella di un sound senza troppi fronzoli, diretto ma completo ed intenso.
I passi in avanti però sono molteplici, e non è un azzardo forse, definire PH la prova più autorevole degli Aphorisma.
Rumoroso ma dolce, melodico ma tomentato, PH suona per quello che è: un disco autentico e diretto che oscilla tra punk, noise, e stone rock, con un’attenzione specifica alle parole, rigorosamente in italiano, che forse mai come questa volta hanno uno spessore e un’intensità che si sente sulla pelle.
Tormenta, traccia di apertura e remake di un vecchio cavallo di battaglia, riscalda e prepara alla partenza. Mi muovo lento mette in moto un disagio cadenzato e romba fragorosamente; Chiedi alla polvere scatta da zero a cento in tre minuti e quattro secondi. Tagliente, fragorosa, coinvolgente, Chiedi alla polvere è un pezzo dall’impatto immediato, e costringe l’ascoltatore a volerne ancora. Arrivati a Pretendere di più, l’ ironico e denso brano successivo, legato al precedente da più di un filo logico, ci si accorge di non avere per le mani un disco qualsiasi.
E lo sai già che alcuni pezzi li vorrai sentire ancora, alzando ancora un po’ il volume.
La mia mano, in cui le voci dei due cantanti, Luca e Francesco si sovrappongono in un esperimento riuscitissimo; Dea Routine, in un noise voluminoso che fa da contraltare all’essenzialità del giro di basso; Il Giorno della Verità, brano che in due distinti momenti (La scelta migliore e La scelta finale) prende spunto dalla cronaca e graffia in profondità.
Fino ad arrivare a Sindrome, cavalcata superlativa che sintetizza in sette minuti l’essenza profonda di questi artisti. Violenta e incalzante nell’incedere stoner della prima parte, sperimentale e intrigante nella parte centrale, dove a farla da padrone sono i rumori e le distorsioni, strepitante e liberatoria nel finale.
PH è un disco scritto l’anima, e con l’esperienza e l’onestà di chi sa come si fa musica, e non ha intenzione di farla diversamente da così.
“Aiutatemi, la tormenta è qui” . E’ un grido di aiuto, è rabbia repressa, è voglia di rivalsa, è un sogno che si infrange, “è compassione, o un’ illusione”, è una riflessione sulla vita e le sue assurdità, è una storia che finisce, è l’amarezza delle scelte difficili, è il “magnifico silenzio intorno a noi”.
PH è tutte queste cose. E tante altre ancora, per chi avrà voglia di ascoltarlo
PH ha il sapore di:
Correre veloce e colpire il vento.