La mutandina sexy di Santa Claus

E’ appena uscito il primo (vero) disco dei Viva Santa Claus.
Nato come side project di altre  band della capitale (Aphorisma, Madkin, All the shit’s holes), la messa in pista di “Mutandina Sexy Duck” cambia decisamente le carte in tavola.
Non più soltanto un gioco, ma una band che ha molto, molto da dire.
Un disco che arriva come una staffilata ben piazzata, tirata da mani esperte: un lavoro coi fiocchi che impressiona per la sua compattezza, e al contempo, per la sua eterogeneità nei contenuti. Continue reading

Reviews from Jamendo: Borderline

A cura di Vil Trio

La Subcava sonora è un’etichetta indipendente attentissima alla libera distribuzione delle opere dei propri artisti. Da queste parti avevamo già avuto modo di esprimere il nostro apprezzamento per i Sula Ventrebianco.Stavolta abbiamo i Borderline, che mettono a disposizione su Jamendo un EP pronto da scaricare e da ascoltare: “Bere il fuoco“.

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Reviews from Jamendo – Psychocean

A cura di Vil Trio

Gli Psychocean sono un quartetto (voce, chitarre, basso, batteria) che suona una complessa miscela di metal, stoner e math rock. I loro brani sono di solito lunghe digressioni dove gli strumenti costruiscono razionali ed incalzanti cavalcate, sulle quali si inserisce la voce che riesce ad alternare momenti più o meno aggressivi. Una delle caratteristiche più importanti della loro produzione è il controllo totale che si percepisce sul fluire continuo delle loro idee. In questo gli Spiral Architect, spogliati del tecnicismo, sembrano essere uno dei termini di paragone più calzanti.

Reviews from Jamendo – QUARANTADUE

A cura di Vil Trio

I Quarantadue sono un quintetto lombardo (voce, chitarre, basso e batteria) che suona una miscela di stoner metal, post-rock e psichedelia.
Il prodotto che mettono a disposizione su Jamendo si chiama “L’estinzione è un gioco di squadra”, è composto da 5 brani per un totale di oltre 25 minuti di riff pesantissimi e urla sconnesse ma perfettamente controllate, come tradizione del genere vuole.

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Il veleno delle LeiBei

Tre ragazze bolognesi hanno da poco pubblicato il loro esordio discografico.
Si chiamano LeiBei, e l’album, completamente autoprodotto, si intitola “In cauda venenum”.

Copertina dai toni scuri di foschia urbana, per un disco dalle atmosfere plumbee che gronda amarezza ed acredine. Ma non un disco oscuro nel senso di “buio”, perchè dentro c’è la luce dell’ambizione.
Undici episodi solidi, da ascoltare e da assorbire. Undici brani forti come un’esigenza, una necessità, un desiderio. Continue reading

Reviews from Jamendo – SULA VENTREBIANCO

A cura di Vil Trio

Cosa? è il titolo del primo album dei Sula Ventrebianco.
Il gruppo è un quintetto nel quale oltre ai classici basso-chitarre-batteria si aggiunge un violino.

Il nome, come si legge nella loro bio, prende spunto da “un uccello goffo, orrendo, ansioso e grottesco, con la pancia talmente grossa da rendere la camminata altamente improbabile e ridicola”.

Tuttavia la loro musica risulta piuttosto distante da entrambi gli aggettivi.
Il gruppo infatti suona un misto di stoner-rock, psichedelia e spunti melodici, condito di tanto in tanto dall’uso del dialetto.
L’esperimento, lungo tutto il disco, si rivela riuscito, scadendo solo raramente nell’autoindulgenza o nella verbosità.

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APHORISMA: Per imparare a volare non ti servono ali

Se c’è una cosa di cui di certo non si possono accusare gli Aphorisma, è la scarsa prolificità e ispirazione.

Non è passato molto tempo, a ben vedere, da quel Ritorno al Porno che ha inequivocabilmente segnato una nuova fase nella più che quindicennale storia del trio romano.

Una premessa obbligatoria, se consideriamo che dopo l’ascolto di PH, l’impressione che se ne ricava è quello di un album compatto,  costruito con sapienza ed esperienza, che ad ogni pezzo stupisce e colpisce ( nel senso più fisico del termine) e gratifica gli amanti di un suono graffiante ed essenziale nella sua impetuosità.
PH prosegue sulla strada tracciata dall’album precedente, quella di un sound senza troppi fronzoli, diretto ma completo ed intenso.
I passi in avanti però sono molteplici, e non è un azzardo forse,  definire PH la prova più autorevole degli Aphorisma.

Rumoroso ma dolce, melodico ma tomentato, PH suona per quello che è: un disco autentico e diretto che oscilla tra punk, noise, e stone rock, con un’attenzione specifica alle parole, rigorosamente in italiano, che forse mai come questa volta hanno uno spessore e un’intensità che si sente sulla pelle.

Tormenta, traccia di apertura e remake di un vecchio cavallo di battaglia, riscalda e prepara alla partenza. Mi muovo lento mette in moto un disagio cadenzato e romba fragorosamente; Chiedi alla polvere scatta da zero a cento in tre minuti e quattro secondi. Tagliente, fragorosa, coinvolgente, Chiedi alla polvere è un pezzo dall’impatto immediato, e costringe l’ascoltatore a volerne ancora. Arrivati a Pretendere di più, l’ ironico e denso brano successivo, legato al precedente da più di un filo logico, ci si accorge di non  avere per le mani un disco qualsiasi.
E lo sai già che alcuni pezzi li vorrai sentire ancora, alzando ancora un po’ il volume.

La mia mano,  in cui le voci dei due cantanti, Luca e Francesco si sovrappongono in un esperimento riuscitissimo; Dea Routine, in un noise voluminoso che fa da contraltare all’essenzialità del giro di basso; Il Giorno della Verità, brano che in due distinti momenti (La scelta migliore e La scelta finale) prende spunto dalla cronaca e graffia in profondità.

Fino ad arrivare a Sindrome, cavalcata superlativa che sintetizza in sette minuti l’essenza profonda di questi artisti.   Violenta e incalzante nell’incedere stoner della prima parte, sperimentale e intrigante nella parte centrale, dove a farla da padrone sono i rumori e le distorsioni, strepitante e liberatoria nel finale.

PH è un disco scritto l’anima, e con l’esperienza e l’onestà di chi sa come si fa musica, e non ha intenzione di farla diversamente da così.
Aiutatemi, la tormenta è qui” . E’ un grido di aiuto, è rabbia repressa, è voglia di rivalsa, è un sogno che si infrange, “è compassione, o un’ illusione”, è una riflessione sulla vita e le sue assurdità, è una storia che finisce, è l’amarezza delle scelte difficili,  è il magnifico silenzio intorno a noi”.

PH è tutte queste cose. E tante altre ancora, per chi avrà voglia di ascoltarlo

PH ha il sapore di:

Correre veloce e colpire il vento.

Bud Spencer Blues Explosion: energia totale

I Bud Spencer Blues Explosion si presentano nuovamente al Circolo degli Artisti per una serata che pare la rampa di lancio ideale per le prossime  date del loro lungo tour, che li vedrà portare per l’Italia il loro verbo sonoro, passando per il concertone del Primo Maggio, a cui quest’anno sono stati invitati come big.

Un concerto a metà, che se da un lato lascia l’amaro in bocca alla folla, numerosa, accorsa per veder suonare solo il duo Viterbini-Petulicchio, dall’altro accende gli animi dalla sorpresa di chi non conosceva gli zZz, altro duo,  olandese, con cui i BSBE hanno diviso il palco.

Due concerti in uno, perchè  il live del 29 aprile fa parte della manifestazione “Il sound del Giro“, rassegna di eventi doppi Italia-Olanda, in occasione della partenza del Giro d’Italia ad Amsterdam.

Ed è così che dopo la sessione degli zZz, in cui molti hanno pensato che Jim Morrison si fosse reincarnato nel batterista-cantante Bjorn Ottenheim, i BSBE entrano in scena, e il pubblico li accoglie, come d’abitudine, a braccia aperte.

Inizio sincopato e primi assaggi dell’essenza della band. Chitarrismi esagerati e battiti roboanti riempiono l’aria e stupiscono, se ancora ce ne fosse bisogno, per la grinta messa in scena dai due.

Il pubblico si scalda sulle prime note dell’album omonimo.
Mi sento come se,  se possibile ancor più tirata, che fa saltare i supporter nelle prime file, ed è impossibile restare fermi.
Esci Piano
, Frigido, dall’incedere incalzante, Fanno meglio, orfana di Valentina Lupi, ma energica in modo pazzesco, tanto che Adriano pare soffire nei riff, per esplodere di carica negli assoli.
Senza tregua fino al finale, l’attesissima (e riuscitissima)  cover di Hey Boy Hey Girl dei Chemical Brothers, a cui si attacca, come fosse la cosa più naturale del mondo, una versione, mai così rock, di Insieme a te sto bene, Mogol-Battisti, anno 1971.

I BSBE confermano il loro stile inimitabile: un miscuglio di rock autentico, di virate pop (nel senso meno convenzionale del termine), di blues, ma anche di grunge e di  stoner.
Coprono tutte le frequenze, e se chitarra e batteria da soli su un palco vi sembrano pochi, usciti dal concerto vi accorgerete che non c’è bisogno di aggiungere altro.

Una chitarra indiavolata che spara assoli e virtuosismi, ma che allo stesso tempo non è altezzosa e fine a sè stessa. Adriano ha un tocco magico e trasforma in oro brani dall’appeal indiscutibile.
Cesare si muove tra i tamburi con un’agilità naturalissima, generando un suono limpido e al contempo saturo.
L’intesa è perfetta. I due si guardano spesso in faccia durante l’esibizione, e lo capisci al volo che si divertono da matti.

Suonaneranno un sacco dal vivo nei prossimi mesi.
Dovunque siate, non perdeteveli per nulla al mondo.